Il discorso di Marchionne.

14 luglio 2013 § 2 commenti

10.06.2012- Sergio Marchionne (ITA), Ceo Fiat

Essendo nati nel secolo scorso siamo cresciuti con l’idea che la Fiat fosse un’azienda che con l’aiuto dello stato produceva pessime automobili che si guastavano sempre. Ancora oggi, pensando ad alcuni famigerati modelli del marchio torinese – ad esempio, la Marea, oppure la Regata, la Palio, la Seicento – questa idea non può essere considerata del tutto sbagliata. Poi è arrivato un manager un po’ più sveglio, Sergio Marchionne (qui invece un ritratto nudo e crudo), e sono finiti i soldi dello stato: un doppio cazzotto che, insieme alla congiuntura economica mondiale, ha fatto vacillare la Fiat in maniera paurosa. Pare che attualmente, dopo qualche anno di cura Marchionne, la Fabbrica Italiana Automobili Torino sia di nuovo in grado di camminare da sola e soprattutto di farlo anche al di fuori dei confini italiani ed europei. Certo, ai nostri occhi (ne avevamo parlato qui) alcune operazioni di rebranding, condotte dal grande capo Marchionne dopo l’acquisizione di Chrysler, rimangono molto discutibili. Ma occorre anche ammettere che, come diceva Luciano Semerani, siamo “barbari architetti”, e non abbiamo certo la competenza per giudicare l’operato di una multinazionale dell’auto. Ci interessa però pubblicare anche qui nel nostro blog il discorso che Marchionne ha tenuto qualche giorno fa in Abruzzo allo stabilimento Sevel-Fiat di Atessa e che è reperibile nel sito internet de Il Foglio. Contiene, oltre a ragionamenti sull’industria dell’auto, anche alcune idee di come debba funzionare un paese che abbiamo trovato lapalissiane, ovvie, scontate, persino banali nel loro essere del tutto condivisibili da qualsiasi persona che abbia a cuore qualcosa al di fuori del proprio orticello. Spinti dalla curiosità per quel fenomeno – prevalentemente italiano, ci pare – che invece vede Marchionne essere additato come l’affamatore dei lavoratori italiani e l’affossatore dei diritti dei metalmeccanici, abbiamo letto e riletto il discorso abruzzese e ci è venuta voglia di farne il post che avete sotto gli occhi.

Alcuni passi “generalisti” (testo completo su Il Foglio) che potrebbe aver scritto un libero professionista, un imprenditore qualsiasi, un cittadino che abbia voglia di lavorare in italia senza farsi mantenere dallo stato:

Condivido che i diritti di tutti, a prescindere dalla categoria sociale di appartenenza, costituiscono la base di una comunità civile. Ma oggi viviamo in un’epoca in cui si parla sempre e solo di diritti. Il diritto al posto fisso, al salario garantito, al lavoro sotto casa; il diritto a urlare e a sfilare; il diritto a pretendere. Lasciatemi dire che i diritti sono sacrosanti e vanno tutelati. Se però continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo.
Perché questa “evoluzione della specie” crea una generazione molto più debole di quella precedente, senza il coraggio di lottare, ma con la speranza che qualcun altro faccia qualcosa. Una specie di attendismo che è perverso ed è involutivo. Per questo credo che dobbiamo tornare a un sano senso del dovere, consapevoli che per avere bisogna anche dare.
Bisogna riscoprire il senso e la dignità dell’impegno, il valore del contributo che ognuno può dare al processo di costruzione, dell’oggi e soprattutto del domani.

(…)

Quello che non possiamo fare è prenderci il rischio di un sistema che non garantisce norme certe. Questo non è più fare impresa, è giocare alla roulette russa. Non siamo disposti a mettere a rischio la sopravvivenza della nostra azienda.
Prima di avviare qualunque altra iniziativa in Italia, abbiamo bisogno di poter contare sulla certezza di gestione e su un quadro normativo chiaro e affidabile.
Abbiamo bisogno di sapere che gli accordi vengono rispettati, che vengono riconosciute e tutelate la libertà di contrattazione e la libertà di fare impresa – come avviene nei paesi di normale democrazia.

(…)

Nulla potrà mai intaccare i valori sani di questa terra. Penso al senso del lavoro, all’orgoglio di fare le cose e farle bene; penso al senso di responsabilità e al rispetto per gli altri, alla generosità nei momenti duri. Questo è l’atteggiamento di cui ha bisogno l’Italia oggi. Sappiamo che c’è un lavoro enorme da fare. Ma sappiamo anche che saremo solo noi i responsabili delle scelte e delle non-scelte che faremo.
Se falliremo, se perderemo l’occasione che la nostra epoca ci offre, sarà solo perché ci saranno mancati la volontà o il coraggio. Il mio augurio è che quello che stiamo realizzando qui, insieme, sia un indirizzo di speranza e impegno. Adesso è il momento di dimostrare che siamo degni della storia che abbiamo alle spalle. Perché questa è l’Italia che ci piace. E’ questa l’Italia che piace al mondo.
Grazie a tutti.

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