Un libro di Andrea Longhi e Carlo Tosco: «Architettura, chiesa e società in Italia (1948-1978)»

27 marzo 2011 § 2 commenti

Segnaliamo l’uscita di un prezioso testo di Andrea Longhi e Carlo Tosco, docenti di Storia dell’architettura al Politecnico di Torino e da molti anni studiosi dell’architettura per la liturgia: «Architettura, chiesa e società in Italia (1948-1978)», edito da Edizioni Studium di Roma, con Prefazione di Claudia Conforti e Postfazione di Francesco Traniello.  Al seguente link potrete consultare l’indice e la presentazione del testo:  architettura chiesa e società_longhi e tosco_indice , mentre qui di seguito proponiamo un estratto dallo scritto di Claudia Conforti:

Claudia Conforti

Prefazione.

Sono piccole le nostre chiese?

Il profilo delle città e dei villaggi italiani nelle società di antico regime era contrassegnato dall’impennata dei campanili e dalla massa emergente della chiesa, che dominava il conglomerato minuto delle abitazioni e degli edifici civili. Per secoli in Italia l’architettura della chiesa ha materializzato, spazialmente e visivamente, l’identità geografica e sociale delle comunità civiche, tanto che l’orgoglio localistico è ancora oggi verbalmente associato al campanile: campanilismo indica tuttora la cieca adesione identitaria al luogo di origine o di residenza. Nella città murata, dove il suolo, segregato dalla cinta urbica, era centellinato, la chiesa si riservava un’area inedificata di rispetto e di avvicinamento, il cui nome, sagrato, invoca la sacralità dell’edificio prospettante. La preminenza volumetrica della chiesa trovava pertanto un corrispettivo nella prodigalità dello spazio urbano che orlava la costruzione sacra, identificata, nel profondo delle coscienze di ogni fedele, come Spazio Comune: luogo dell’accoglienza, della protezione e della bellezza, dove arde perenne il fuoco misterioso dell’amore di Cristo per l’uomo.

In Italia (forse più che altrove?), l’affermazione della civiltà industriale e la contestuale secolarizzazione della società hanno modificato radicalmente i termini del rapporto tra chiesa e corpo sociale, circoscrivendolo progressivamente al binomio edificio di culto e Chiesa cattolica, intesa come una parte, significativa ma non esaustiva, della collettività civile. L’edificio di culto ha assottigliato lentamente ma inesorabilmente la sua valenza collettiva e la sua densità polisemica, di pari passo con il suo drastico ridimensionamento dimensionale. Contemporaneamente le stratificate categorie tipologiche (basilica, pianta centrica, aula longitudinale e traversa, etc.) sono sbiadite fino alla dissoluzione fisica. L’armonioso intreccio tra morfologia e tipologia, che ha contrassegnato le grandi stagioni dell’architettura sacra, si è disgregato nell’indistinta e polverizzata arbitrarietà che accomuna gran parte dell’edilizia ecclesiastica, italiana e non, del secondo dopoguerra.

Contestualmente si è impoverito il rapporto che nel passato teneva insieme un’istanza progettuale, spesso ambiziosa fino alla temerarietà (si pensi al progetto duecentesco per Santa Maria del Fiore di Arnolfo di Cambio); una comunità di fedeli che in essa si riconosceva; le istituzioni preposte alla costruzione (la Chiesa, il Comune, gli ordini religiosi, le confraternite, le corporazioni professionali); il cantiere, dove per secoli pulsava il ritmo vitale della città.

Nell’età contemporanea il progetto delle chiese si è radicalmente secolarizzato, istituendosi come rapporto convenzionale tra una committenza (diocesi o ordine religioso), un progettista e il corpo, piuttosto indefinito se non talvolta anonimo, della comunità di fedeli.

Questa normalizzazione operativa ha escluso dal processo l’apporto creativo del Tempo. Oggi il tempo di costruzione delle chiese insegue il tempo della produzione industriale, e i prodotti architettonici dell’ultimo cinquantennio condividono con frequenza la rapida obsolescenza, la precarietà costruttiva, l’univocità funzionale, la miseria simbolica ed espressiva di altri prodotti industriali di consumo. Né lo straordinario slancio spirituale del Concilio Vaticano II, che agli inizi degli anni sessanta vivificò la Chiesa cattolica, ha saputo tradursi, nello specifico ambito architettonico, in convincenti esiti generalizzati.

La finestra temporale che va dal 1948 (prime votazioni politiche dell’Italia democratica) al 1978, anno di elezione di papa Giovanni Paolo II, è assunta da Carlo Tosco e da Andrea Longhi come ambito per l’individuazione di linee di indirizzo e di interpretazione del magmatico fenomeno dell’edilizia religiosa, che percorre con carsica (e talvolta fragorosa) capillarità, l’Italia della ricostruzione, del boom economico e degli anni di piombo.

Siamo di fronte a un progetto ambizioso, affrontato dagli autori con una spregiudicatezza critica che pareggia l’acribia storiografica e filologica, che essi mettono in campo nella spericolata istanza di restituire trame coerenti e orditi comuni al sommosso paesaggio dell’architettura sacra del nostro passato più prossimo.

(…)

Entrambi i saggi si guardano bene dall’annegare la specifica coscienza architettonica nei flutti seducenti della storia sociale. Al contrario: le audaci perlustrazioni storiche degli autori sono saldamente ancorate all’universo del progetto e del costruito. L’architettura sacra viene costantemente richiamata in esempi precisi e concreti, sia italiani che stranieri; la cultura architettonica, i progettisti, le loro poetiche e le loro ideologie tengono in pugno la trama serrata della narrazione e orientano la sostanza critica di uno sguardo che rifiuta i luoghi comuni della storiografia, per rivoltare un terreno di conoscenza ancora incolto.

Le stupende fotografie in bianco e nero che illustrano questo post sono proprietà dell’Istituto per la storia dell’Azione Cattolica e del movimento cattolico in Italia “Paolo VI” di Roma. La prima, riproposta nella copertina del libro, mostra la facciata della Chiesa del Sacro Cuore di Gesù Agonizzante a Vitinia (Roma). La seconda, che così efficacemente inquadra popolo e chiesa e città, si riferisce all’inaugurazione della chiesa di San Leone Magno al Prenestino, avvenuta il 12 ottobre 1952. La terza, infine, racconta un momento che tutti gli “architetti di chiese” sognano e pochissimi realizzano: la presentazione del proprio progetto al Pontefice, così come avvenne al giovane Giuseppe Zander, qui ritratto mentre insieme ai committenti mostra la facciata della chiesa di San Leone Magno a Pio XII.

Buona lettura!

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§ 2 risposte a Un libro di Andrea Longhi e Carlo Tosco: «Architettura, chiesa e società in Italia (1948-1978)»

  • mauro ha detto:

    Ciao Cristiano
    Grazie per l’indicazione bibliografica. Leggendo la tua descrizione, circa la bella foto dell’architetto che mostra il progetto al Pontefice, mi è venuta in mente l’immagine del Passignano, dove Michelangelo mostra il modello di San Pietro a Papa Paolo IV, della Casa Buonarroti (vado a memoria, potrei avere sbagliato Papa, il periodo dovrebbe essere quello…!!!). Tenendo bene a mente le giuste differenze – sia tra i due Pontefici, ma anche, ovviamente, tra i due Architetti…”diversi” non solo per la loro età…Michelangelo arriva Roma sicuramente più vecchiotto del giovane architetto della foto – mi viene da aggiungere: certamente che ogni architetto “di chiese”, vorrebbe trovarsi in quella situazione. Ma AVERCELA LA POSSIBILITA’ di partecipare ad un concorso per la progettazione di una nuova chiesa!!!!! A parte che, oggi, purtroppo la rappresentazione in oggetto vedrebbe al posto del modello o del prospetto un famigerato “file”, nell’atto di essere posto ad un Vescovo di una Diocesi qualunque. (battutaccia, ma i rendering, fanno, talvolta, perdere di vista il tema compositivo, mettiamola così….). Ho letto di recente, che la CEI, bandirà la nuova edizione del progetto “Nuove chiese 6”, con concorsi rigorosamente ad INVITI. Lo ricordo a te che so che hai partecipato alla precedente edizione, la 5 appunto. Esperienze come quella della Diocesi di Piacenza, con un concorso di idee non ad inviti, rimane un’eccezione che conferma una pessima consuetudine – molto italiana, che non riguarda solo l’ambito dell’edilizia di culto, ma accomuna molti concorsi – dove “chi ha gia progettato”, progetterà sempre, mentre chi potrebbe partecipare, pur non avendo un curriculum tale da essere invitato, non mostrerà MAI le proprie incapacità (o capacità). Inoltre, mia personalissima opinione, se il risultato, poi, dell’edizione n° 5, per quanto concerne, ad esempio, la diocesi di Macerata, deve essere la riproposizione (non variazione, bensì “copiatura”…) del progetto di R. Koolhaas del 2006 per la città di Porto, allora…….siamo a posto….

    Ps. Da ex studente del compianto Professore, ti assicuro che NON ho alcun libro, nella mia libreria, di tale architetto Koolhaas, piuttosto vorrei avere, nel mio ufficio, il modellino della facciata di Michelangelo per San Lorenzo, che si trova nella suddetta Casa….o un quadro di Sironi…

    Ciao
    Mauro

  • ctonia ha detto:

    Ciao Mauro! Beh però a Piacenza potevi partecipare…
    a presto
    c

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